di Andrea Minchella
VISTO
IL FILO DEL RICATTO- DEAD MAN’S WIRE, di Gus Van Sant (Dead Man’s Wire, Stati Uniti 2025, 105 min.).
Gus Van Sant torna al cinema con un piccolo film che accarezza lo spettatore grazie ad una storia surreale di un’America che pare non esista più. Il bravo regista, che si è sempre mosso con maestria tra cinema “Indie” e “Mainstream”, qui ci regala una pellicola essenziale modellata addosso al protagonista, un sorprendente Bill Skarsard, che si destreggia con un’inquietante leggiadria in una vicenda tanto inverosimile quanto romanticamente suggestiva.
Van Sant adorna la sua storia con filmati dell’epoca, siamo a Indianapolis nel 1977, e una musica che rende quasi onirica la narrazione fluida e a tratti poetica di un fatto realmente accaduto. La mattina dell’8 febbraio un onesto cittadino, Tony Kiritsis, decide di prendere in ostaggio il suo intermediario finanziario, Richard Hall, convinto che dipenda proprio dalla sua agenzia il mancato realizzo economico da un terreno acquistato tempo prima con molti sacrifici nella speranza di poter costruire un piccolo centro commerciale.
Il film è un resoconto abbastanza aderente alla vicenda che tenne la città americana con il fiato sospeso per tre giorni. Tanto è durato il rapimento rocambolesco e goffo che Tony ha gestito con estrema umanità e con una certa dose di dilettantismo. La trattativa che si avvia subito con la Polizia pare più un desiderio di riscatto personale che una vera richiesta di soldi. Uno dei punti centrali su cui Kirk basa la sua azione criminosa è che il padre del suo prigioniero, interpretato da un gelido e surreale Al Pacino, gli chieda scusa pubblicamente, davanti ai numerosi giornalisti accorsi, per aver fatto in modo che il suo progetto economico non riuscisse a prendere vita.
Per Kirk è importante ristabilire i ruoli: lui è un onesto lavoratore che ha investito qualche soldo per migliorare la sua situazione economica. Gli Hall, padre e figlio, sono due freddi intermediari che pur di arricchirsi sono disposti a distruggere una vita fatta di risparmi e sacrifici. Questa sua gentilezza viene subito percepita dal pubblico che segue in televisione l’evolvere della vicenda e che si è appostato davanti alla casa di Kirk dove viene tenuto in ostaggio Richard Hall. Il rapitore, mosso da nobili e condivisibili motivi, viene subito visto dall’opinione pubblica come una sorta di eroe metropolitano che chiede solamente che gli venga riconosciuto il torto subito.
Senza troppa enfasi o retorica Gus Van Sant ci restituisce una storia triste ma in cui il garbo sembra essere la cifra drammaturgica dell’episodio che decide di raccontarci. Il goffo e disilluso Kirk, che non verrà processato proprio per la sua “incapacità” di sostenere un processo, cerca di usare tutta la gentilezza possibile pur trovandosi nella posizione di poter uccidere un uomo. Quel filo che lega al fucile al collo del suo prigioniero sembra più un cordone ombelicale che un mezzo pericoloso e potenzialmente letale.
“Il Filo Del Ricatto”, dunque, ci sussurra con moderazione una storia che si incastona in un’America che, se confrontata con quella di oggi, sembra preistorica. Con il sottofondo di una televisione che manda ininterrottamente programmi Tv, film western e spot pubblicitari, la vicenda di Kirk viene raccontata anche da un famoso dj, Fred Temple, che diventa megafono e “confessore” del rapitore. La sua trasmissione radiofonica piena di musica “soul” e riflessioni poetiche si trasforma lentamente nell’epica romantica di un fatto che, seppur violento, contiene svariati elementi che lo rendono una sorta di favola moderna.
Probabilmente non un film memorabile, ma certamente girato con una freschezza sia nell’ uso della cinepresa che nella metodica di scrittura. A 73 anni il regista di Louisville riesce ancora a rimanere ben ancorato ai cambiamenti stilistici e linguistici della società contemporanea.
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RIVISTO
QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI, di Sidney Lumet (Dog Day Afternoon, Stati Uniti 1975, 125 min.).
Il primo vero capolavoro con Al Pacino. Con la regia inconfondibile di un Sidney Lumet, narratore genuino dell’America di quegli anni. Una rapina finita male, un rapinatore confuso e goffo che cerca di prendersi ciò che non gli è stato mai concesso e un ritmo serratissimo. Una vicenda mitografica della volontà di emanciparsi da una società ricca, spietata e profondamente chiusa in sé stessa. Magistrale.
minchella visto rivisto – MALPENSA24
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