Colpo all’Iran, ucciso Larijani: il punto della situazione
È un colpo per il regime iraniano l’uccisione, da parte di Israele, di due importanti leader, Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, e il generale Gholam Reza Soleimani, capo della forza Basij, la milizia paramilitare di volontari che fa parte della Guardia rivoluzionaria islamica. Sono stati «eliminati» in un raid nella notte, ha annunciato ieri il ministro della Difesa israeliano Israel Katz.
Larijani, che sovrintendeva alla difesa, all’intelligence e alla politica estera della Repubblica islamica, era il vero stratega del regime e aveva preso in mano gran parte del potere dopo l’uccisione del leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, in un attacco aereo il primo giorno di guerra. Faceva parte di una famiglia molto potente, lui e i suoi fratelli — che adesso potrebbero prenderne il posto — sono stati soprannominati i Kennedy dell’Iran (qui il suo ritratto). Larijani e Soleimani inoltre erano stati fondamentali nella violenta repressione iraniana delle proteste di gennaio che hanno sfidato il regime teocratico in carica da 47 anni.
Ma non è detto che la loro morte e in particolare quella di Larijani avvicini l’Iran alla resa. Anzi. Spiega Greta Privitera:
«Con ogni assassinio, Stati Uniti e Israele alimentano una radicalizzazione sempre maggiore della leadership iraniana», scrive Vali Nasr, esperto iraniano. La sua uccisione, paradossalmente, complica l’ipotesi di una pace vicina. Larijani era un intransigente, un fondamentalista, ma era anche un uomo pragmatico, capace di negoziare con astuzia. Lo ha imparato a fare nella sua lunga carriera nei ranghi del regime, dove ha ricoperto ruoli chiave. È stato presidente del Parlamento per dodici anni, ministro della Cultura e dell’Orientamento islamico, capo della tv di Stato e ufficiale delle Guardie rivoluzionarie. Non sarebbe potuto diventare ayatollah perché non era un religioso, ma era l’uomo prescelto per guidare politicamente il Paese. Ali Khamenei si fidava di lui. A gennaio gli ha chiesto di gestire la repressione delle proteste, un compito che Larijani ha portato a termine con successo: migliaia di morti. La giornalista americana Christiane Amanpour scrive che fino al 2025 era il candidato favorito per Usa e Israele.
Ora il suo vuoto potrebbe essere colmato da leader più fanatici. «A rendere il cambio di regime ancora più difficile a Teheran c’è che resistenza nazionale e sopravvivenza personale sono intrecciati uno con l’altro. I leader di oggi, a qualunque livello, dal sindaco al commissario di quartiere su su fino ai vari clan come quello dei Larijani, sanno che se la gente scenderà in piazza non ci sarà futuro per loro e i loro figli. Come gli ultimi gerarchi fascisti in Italia sono consapevoli di rischiare il linciaggio. È probabile che i vertici iraniani non credano più nel pauperismo khomeinista delle origini, nella trovata di sottoporre il potere politico ed economico ad una casta di pii ayatollah, ma non credono di avere alternative» spiega Andrea Nicastro (qui la sua analisi sui possibili successori di Larijani).
Intanto Israele sta continuando con i bombardamenti sul Libano, dove sta conducendo anche una «limitata» offensiva di terra (martedì Italia, Francia, Germania, Canada e Regno Unito in una dichiarazione congiunta avevano chiesto a Israele di evitarla). Gli attacchi israeliani hanno causato lo sfollamento di oltre 1 milione di libanesi – ovvero circa un quinto della popolazione – mentre 912 persone sono state uccise. Le vittime in Iran sono oltre 1.300, mentre il regime di Teheran e i suoi alleati hanno ucciso 14 persone in Israele: due nella notte, quando una bomba a grappolo iraniana ha colpito il sobborgo di Ramat Gan, a Tel Aviv. E almeno 13 membri delle forze armate statunitensi hanno perso la vita a causa del conflitto.
L’Iran amplia la «guerra al petrolio»
In risposta all’uccisione dei due suoi leader, l’Iran ha lanciato raffiche di missili e droni contro i suoi vicini arabi del Golfo e contro Israele. Gli attacchi hanno preso di mira le infrastrutture petrolifere in tutta la regione. Dubai, importante snodo di transito per i viaggi internazionali, ha chiuso temporaneamente il proprio spazio aereo, la seconda interruzione dei voli in due giorni. A Fujairah, sempre negli Emirati Arabi Uniti, è stato danneggiato un impianto petrolifero mentre un uomo è stato ucciso ad Abu Dhabi dai detriti di un missile intercettato — l’ottava vittima nel Paese dall’inizio della guerra. Droni diretti contro Arabia Saudita sono stati abbattuti dalle difese aeree, scattate anche per proteggere la capitale del Qatar, Doha. Anche l’Oman, Paese tradizionalmente mediatore e non ostile all’Iran, è stato preso di mira: due civili sono morti per i droni lanciati su un’area industriale. E continua la morsa dell’Iran sullo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita un quinto del petrolio mondiale: sono circa 20 le navi colpite dall’inizio della guerra.
Chi sta vincendo
Il paradosso della guerra all’Iran è proprio questo: nonostante i successi ottenuti dagli Stati Uniti di Donald Trump e da Israele grazie alla loro indubbia superiorità militare, l’Iran ha dimostrato una capacità di risposta che ha spiazzato i suoi nemici. «I presunti sconfitti, nelle presunte certezze trumpiane, sembrano lontanissimi dalla resa senza condizioni che il presidente ha preteso fin dai primi giorni» spiega Gianluca Mercuri nella nostra newsletter Rassegna.
Gli iraniani, che come si scrive puntualmente si preparavano da decenni a questa guerra esistenziale per il regime, erano ben consci di non avere difese aeree in grado di parare l’attacco congiunto della massima potenza mondiale e della massima potenza regionale. E allora hanno scelto di imporre il costo più alto possibile all’avversario militarmente più forte ma politicamente più vulnerabile. Perché Trump deve affrontare i dubbi dei suoi generali e funzionari (clamoroso l’abbandono del capo dell’antiterrorismo Joe Kent, con la motivazione che l’Iran non era una minaccia imminente e che Trump ha fatto quello che voleva Israele), i malumori della sua base elettorale, le preoccupazioni di deputati e senatori repubblicani, l’indifferenza ostile degli (ex) alleati europei e un’opposizione che si sente per la prima volta abbastanza sicura da non sottostare al ricatto patriottico e dunque contesta la guerra. Tutto il contrario di Israele, che alla guerra è affezionato (il governo), abituato (i militari) o temprato/rassegnato (la popolazione). E infatti l’Iran ha scelto di colpire relativamente poco lo Stato ebraico e di concentrare la sua rappresaglia sui Paesi vicini e in modo calibratissimo, mettendo nel mirino le infrastrutture energetiche in tutte le fasi e componenti, dalla produzione alla raffinazione, dal carico al trasporto. Fino alla paralisi del traffico nello Stretto di Hormuz, ottenuta semplicemente terrorizzando governi, armatori e assicuratori, una mossa che era stata messa abbondantemente in preventivo dagli analisti ma, evidentemente, non dagli Stati Uniti.
Petrolio e gasolio più cari
Le notizie arrivate ieri dal fronte mediorientale hanno contribuito a far salire ancora le quotazioni del petrolio, come racconta Fausta Chiesa. Il Brent di Londra alla chiusura dei mercati europei è salito del 2% a 102,2 dollari, il Wti di New York del 2,1% a 94,4 dollari. Meglio le borse, che in Europa hanno chiuso positive: Milano la migliore con il Ftse Mib che ha guadagnato l’1,22%, mentre Francoforte è salita dello 0,71%, Londra dello 0,83%, Parigi dello 0,49%. Gli aumenti più pesanti, in Italia, riguardano il gasolio: il 57% di quello importato dall’Italia transita da Hormuz, mentre per lo Stretto passa solo il 6% del petrolio.
I rischi per l’industria dei semiconduttori
Ma l’energia non è l’unico settore colpito dal blocco dello Stretto di Hormuz. Da lì passa circa un terzo dei fertilizzanti venduti a livello mondiale, e se il loro commercio si ferma ci saranno problemi per l’agricoltura globale e a seguire rincari di molti generi alimentari. Secondo il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, un blocco dello Stretto prolungato fino a giugno potrebbe minare la sicurezza alimentare globale, precipitando 45 milioni di persone in una grave carestia.
E 912 sta già provocando carenze nell’industria dell’elio, un gas di origine fossile fondamentale per diverse tecnologie, tra cui quelle dei semiconduttori.
Spiega Federico Fubini:
La produzione di elio adatto alle fabbriche di microchip avviene quasi solo negli Stati Uniti e in Qatar, ma adesso quest’ultimo ha invocato «forza maggiore» per non dover pagare penali ai clienti e ha fermato del tutto la produzione nel suo impianto di Ras Laffan. È successo due settimane fa. Esperti del settore come Phil Kornbluth di Helium Consulting avvertono che, se il blocco continuasse per un’altra settimana, dopo servirebbero mesi per un ritorno alla normalità di produzione, logistica e forniture. L’azienda più esposta è la numero uno al mondo per la fabbricazione di chip essenziali alla vita moderna: la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc), la sola al mondo che produca tanto i semiconduttori microscopici per gli acceleratori dell’intelligenza artificiale di Nvidia (utilizzati sia da OpenAI di Sam Altman che da Anthropic di Dario Amodei) che quelli usati dalla Apple nei suoi smartphone.
Il rischio imminente non riguarda un improvviso infarto delle filiere, perché gran parte delle aziende in questo settore dispone di scorte e ricicla parte dell’elio. Tsmc, con il suo ruolo vitale, non rischia di dover chiudere i cancelli. Il tempo tuttavia sta giocando, ogni giorno, contro l’intera filiera e a favore di un aumento dei prezzi di smartphone, computer, domotica, automobili e per una revisione degli equilibri finanziari dell’intelligenza artificiale. (…) Il prezzo dell’elio è sicuramente già aumentato molto. All’inizio dell’anno si aggirava attorno ai 450-600 dollari per mille piedi cubi mentre la crisi in corso — secondo l’analista Anish Kapadia di Akap Energy — potrebbe portare i prezzi del momento a duemila dollari.
Intanto Trump
La cosa più stupefacente è che il presidente americano Donald Trump non abbia considerato tutto questo prima di scatenare la guerra all’Iran insieme al premier israeliano Benjamin Netanyahu.Ieri Trump, che aveva chiesto a diversi Paesi di scortare petroliere attraverso lo Stretto, si è lamentato di nuovo per i no ricevuti, «nonostante — ha detto — quasi tutti i Paesi siano fortemente d’accordo con ciò che stiamo facendo e che all’Iran non possa» essere permesso di dotarsi di un’arma nucleare (vari Paesi hanno definito «illegale» o immotivata la guerra all’Iran). «Questa non è una guerra dell’Europa», ha dichiarato ieri l’Alta Rappresentante per la politica estera dell’Ue Kaja Kallas. «Non siamo stati consultati».
Con la nostra Viviana Mazza, che ci ha parlato al telefono, ieri Trump ha ostentato sicurezza. «Andiamo alla grande nella guerra. Stiamo stravincendo», ha detto. «Francamente, nessuno ha mai visto una cosa del genere, e non ci vorrà molto tempo». Ma poco dopo, Trump ha pubblicato un messaggio sul suo social Truth a proposito dell’aiuto negato agli Stati Uniti dagli alleati della Nato: «Ci hanno informato che non vogliono essere coinvolti nella nostra operazione militare (…) Non mi sorprende, visto che noi li proteggiamo, e loro non fanno niente per noi, specie quando ne abbiamo bisogno. (…) Ma non abbiamo bisogno del loro aiuto. NON CI SERVE L’AIUTO DI NESSUNO».
Le prime dimissioni di un trumpiano
Ma Trump, secondo tutti gli analisti, non ha ancora un piano per riaprire lo
Stretto di Hormuz. E la guerra all’Iran sta dividendo anche i suoi sostenitori. Ieri Joe Kent, direttore del Centro nazionale antiterrorismo, si è dimesso dichiarando di «non poter in buona coscienza» sostenere la guerra dell’amministrazione Trump. «L’Iran non costituiva una minaccia immediata alla nostra nazione ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa della pressione di Israele e della sua potente lobby americana» ha accusato. È il primo segnale evidente delle divisioni all’interno del movimento Maga sulla guerra.
Sono molti, anche tra gli osservatori, a pensare che sia stata un errore. Gli Stati Uniti dovrebbero «ancorare il sistema globale contro le ambizioni revisioniste di Pechino e Mosca. La Cina si tiene ben distante dalle crisi del Medio Oriente: investe nell’intelligenza artificiale, computer quantici, energie rinnovabili, batterie e robot, tutto quello che determinerà l’equilibrio futuro del potere globale. La Russia è determinata a distruggere la sicurezza europea e sabotare le democrazie occidentali con mezzi ibridi e militari. Ma Washington invece versa sangue e soldi per fare il poliziotto in Medio Oriente. Assurdo, tanto più che nel caso dell’Iran non c’era alcuna crisi, Trump l’ha fabbricata» dice Fareed Zakaria, «il più influente analista politico della sua generazione», intervistato da Paolo Valentino. «Lanciare l’attacco a Teheran è stata una follia, se si pensa all’Ucraina. I russi andavano male sul campo, dopo due anni gli ucraini stavano riguadagnando terreno. Ora, i sistemi di difesa antimissile vengono dirottati in Medio Oriente e Putin ha più molti soldi per finanziare la guerra. Questo allontana le prospettive di un accordo. Il risultato è che non solo non conseguiamo gli obiettivi in Iran, ma mettiamo a rischio quelli in Ucraina. Sfortunatamente l’Europa e il mondo ne pagheranno il prezzo».
La via diplomatica dell’Ue (e dell’Italia)
L’Unione europea intanto resta determinata a perseguire la via diplomatica nel tentativo di evitare un’escalation in Medio Oriente. «Siamo impegnati diplomaticamente perché non abbiamo alcun interesse in una guerra senza fine ed è nel nostro interesse, nell’interesse dell’Ue, mantenere aperto lo Stretto di Hormuz», ha dichiarato il portavoce della Commissione europea El Anouni nel briefing quotidiano con la stampa. Il tema sarà sul tavolo domani del summit dei leader Ue, in cui si parlerà anche dei prezzi dell’energia.
La premier italiana Giorgia Meloni vuole provare di nuovo a porsi come mediatrice tra l’Unione europea e gli Stati Uniti di Trump. Intanto però (dopo essersi a lungo battuta contro le politiche europee per le energie rinnovabili) avverte che: «Va aumentata l’autonomia strategica ed energetica dell’Europa».
(Questa analisi è stata pubblicata su PrimaOra, la newsletter del Corriere: per riceverla basta iscriversi a Il Punto, e lo si può fare qui)
